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"La rupe del biancospino" di Rita Iacomino
recensione a cura della Dott.ssa Daniela Cecchini (Giornalista, Critico letterario e Cultrice della materia in Data Management) Il romanzo "La rupe del biancospino" di Rita Iacomino trascende le cifre stilistiche della saga novecentesca per configurarsi quale densa meditazione sull’esistenza: un richiamo all'accezione heideggeriana del "Dasein", inteso in quanto uomo nel radicamento del suo venire al mondo.
Una presenza che si misura con il tragico storico e interpersonale, laddove le fratture del ventesimo secolo non operano a guisa di mero sfondo storicistico, bensì quali manifestazioni del "fatum" cieco e destrutturante. |
In tale scenario, il titolo reca in sé una polarità filosofica originaria, in cui la rupe e il biancospino si ergono a "topoi" ontologici dialettici: la persistenza immutabile della realtà metafisica contrapposta al divenire eracliteo delle guerre, in cui la fioritura della vita insiste nel voler significare se stessa sulla durezza della contingenza. All'interno di questa complessa dialettica, la precoce deiezione della piccola Anna, privata della quotidianità genitoriale, simboleggia lo scacco della condizione umana di fronte ad una frattura affettiva che minaccia di mutarsi in vuoto esiziale e nichilismo relazionale.
A questa vulnerabilità innocente, gettata nel mondo, si oppone la risposta etica e comunitaria dei nonni materni, Camilla e Rocco, la cui dimora si costituisce come spazio di resistenza antropologica e di scudo protettivo della vita stessa; qui, l'atto della cura fonda una temporalità interna, legata al ciclo del lavoro, che si sottrae alla dispersione macrostorica.
In un panorama dominato dalle ideologie totalitarie del Ventennio dello scorso secolo, la figura di Camilla emerge in quanto punto di riferimento e perno di un'etica della vulnerabilità, esercitando una potenza di custodia che riafferma il primato levinasiano del riconoscimento del volto dell'indifeso, sorretta da un nucleo familiare allargato che trova nella solidarietà intergenerazionale l'unico argine sociologico alla banalità del male e dell'indifferenza - parafrasando concettualmente Hannah Arendt.
Sul piano formale, l'autrice adotta una cifra stilistica di limpida immediatezza che si traduce in una vera e propria "epoché" fenomenologica, la quale, rifiutando sovrastrutture ideologiche, lascia che il lutto e la gioia parlino nella loro cruda e luminosa verità.
Il tocco leggero della scrittura - diretta e priva di orpelli - mitiga il tragico senza anestetizzarlo, tramutando il dolore in una "pietas" composta e in una memoria attiva, declinata come durata interiore, consacrando, infine, l'opera quale apologo sulla resilienza dello spirito. L'individuo, pur consegnato alle tempeste della storia e degli affetti lacerati, conserva intatta la facoltà assiologica di scegliere la solidarietà, per continuare a fiorire sulla rupe del tempo.
Dott.ssa Daniela Cecchini
(Giornalista, Critico letterario e Cultrice della materia in Data Management)
A questa vulnerabilità innocente, gettata nel mondo, si oppone la risposta etica e comunitaria dei nonni materni, Camilla e Rocco, la cui dimora si costituisce come spazio di resistenza antropologica e di scudo protettivo della vita stessa; qui, l'atto della cura fonda una temporalità interna, legata al ciclo del lavoro, che si sottrae alla dispersione macrostorica.
In un panorama dominato dalle ideologie totalitarie del Ventennio dello scorso secolo, la figura di Camilla emerge in quanto punto di riferimento e perno di un'etica della vulnerabilità, esercitando una potenza di custodia che riafferma il primato levinasiano del riconoscimento del volto dell'indifeso, sorretta da un nucleo familiare allargato che trova nella solidarietà intergenerazionale l'unico argine sociologico alla banalità del male e dell'indifferenza - parafrasando concettualmente Hannah Arendt.
Sul piano formale, l'autrice adotta una cifra stilistica di limpida immediatezza che si traduce in una vera e propria "epoché" fenomenologica, la quale, rifiutando sovrastrutture ideologiche, lascia che il lutto e la gioia parlino nella loro cruda e luminosa verità.
Il tocco leggero della scrittura - diretta e priva di orpelli - mitiga il tragico senza anestetizzarlo, tramutando il dolore in una "pietas" composta e in una memoria attiva, declinata come durata interiore, consacrando, infine, l'opera quale apologo sulla resilienza dello spirito. L'individuo, pur consegnato alle tempeste della storia e degli affetti lacerati, conserva intatta la facoltà assiologica di scegliere la solidarietà, per continuare a fiorire sulla rupe del tempo.
Dott.ssa Daniela Cecchini
(Giornalista, Critico letterario e Cultrice della materia in Data Management)